Tra le realtà partner di Future Week Torino 2026 c’è INWIT, la principale tower company italiana, attiva nella realizzazione e gestione di infrastrutture digitali che abilitano la connettività mobile e lo sviluppo di nuovi servizi per città, territori, edifici e comunità.
Ne abbiamo parlato con Guido Improta, Chief External Relations & Communication Officer di INWIT, per capire cosa rende davvero possibile una città connessa: dalle torri alle small cell, dai sistemi DAS per la copertura indoor fino al modello neutral host, che consente a più operatori di condividere la stessa infrastruttura riducendo duplicazioni, impatto urbano e consumo di risorse.
L’intervista attraversa alcuni dei temi centrali del futuro delle città: il ruolo del 5G oltre la velocità, la connettività negli ospedali, nelle stazioni, nei musei e nei grandi luoghi pubblici, la sfida di integrare la tecnologia nei contesti storici come Torino e il valore, spesso invisibile, delle infrastrutture che rendono più fluida la vita quotidiana.
Quando si parla di smart city si parte spesso dai servizi visibili: app, piattaforme, sensori, intelligenza artificiale. Voi lavorate invece sul livello infrastrutturale. Qual è l’errore più comune quando si immagina una città connessa?

L’errore più comune è pensare che una città connessa sia soprattutto una questione di tecnologia. In realtà, molti progetti di smart city falliscono o restano incompleti perché partono dalla tecnologia (sensori, app, piattaforme, dashboard, 5G, AI) senza chiedersi prima quale problema concreto dei cittadini devono risolvere.
Una vera città connessa richiede interoperabilità tra trasporti, telecomunicazioni, energia, sicurezza e dati urbani e focalizzazione su benefici concreti in tema di mobilità, sicurezza, energia o servizi pubblici.
L’infrastruttura fisica (fibra, torri, edge computing, small cells, sensoristica, energia elettrica affidabile) è quindi il primo e fondamentale tassello necessario ad abilitare la trasformazione digitale delle città e dei territori. Senza infrastrutture condivise e diffuse, i servizi “smart” non scalano. Bisogna inoltre focalizzarsi su tutta la città e non solo sul centro, valutare bene la sostenibilità economica dei progetti preferendo dei modelli neutral host, che sono più efficienti, e concentrarsi sull’esperienza dell’utente e la semplicità di utilizzo.
Una smart city non deve sembrare complicata: il cittadino deve percepire servizi più fluidi, non più complessi. È necessario infine considerare governance dei dati e privacy: i dati urbani implicano sicurezza, responsabilità e fiducia. La tecnologia senza governance crea resistenze culturali e comportamentali.
La differenza tra una città “digitale” e una città “davvero intelligente” spesso sta qui: non quanta tecnologia contiene, ma quanto invisibilmente migliora la vita quotidiana.
Il modello neutral host permette a più operatori di condividere la stessa infrastruttura. Dal punto di vista urbano, può essere letto anche come una forma di sostenibilità: meno duplicazioni, meno impatto visivo, meno spreco di risorse?
Il modello neutral host ha moltissimi benefici, tra cui la riduzione dei costi perché gli operatori condividono le infrastrutture e una copertura più rapida ed estesa: una volta realizzata l’infrastruttura, più operatori possono usarla subito. Il modello neutral host garantisce inoltre minore impatto ambientale ed urbano, da cui deriva meno consumo di suolo, minore impatto visivo ed energetico e maggiore efficienza, perché permette di utilizzare una sola infrastruttura torre o DAS per più operatori.
In particolare, lo studio di impatto realizzato da TEHA Ambrosetti per INWIT mostra che, nel 2025, la condivisione delle infrastrutture consente di massimizzare l’utilizzo della capacità piena dell’infrastruttura esistente, evitando la duplicazione della stessa. Ne risulta un beneficio cumulato per il settore degli operatori di telecomunicazione nel periodo considerato, dal 2015 al 2024, pari a 15,8 miliardi di euro.
La riduzione delle duplicazioni infrastrutturali consente inoltre di limitare gli impatti ambientali e le esternalità negative, migliorare l’accessibilità e la capillarità dei servizi. In particolare, nel periodo 2015-2024, il modello basato sulla condivisione delle infrastrutture ha evitato l’emissione di 2,5 mln di tonnellate di CO2 che sarebbero state generate per la realizzazione di torri aggiuntive, un livello di emissioni equivalente a quelle di 1,7 milioni di voli intercontinentali.
Il 5G viene spesso raccontato come velocità. Ma una delle vere sfide sembra essere portare connettività stabile dentro ospedali, stazioni, metropolitane, università, musei e grandi edifici. Perché il futuro della connettività si gioca così tanto negli spazi indoor?
Perché oggi la maggior parte della vita digitale avviene dentro gli edifici. Si stima che oltre l’80% del traffico dati mobile venga generato indoor: uffici, centri commerciali, aeroporti, ospedali, stazioni, hotel, campus, abitazioni. È lì che le persone lavorano, guardano video, fanno call, usano cloud e applicazioni AI.
In più, il 5G cambia la logica della copertura: ha frequenze più alte, maggiore capacità e latenza più bassa, ma presenta una capacità di propagazione ridotta attraverso muri, vetri schermati e strutture moderne. Quindi avere ottima copertura outdoor non garantisce più, necessariamente, una buona esperienza indoor.
Per questo i DAS (Distributed Antenna System), in grado di ospitare più operatori su un’unica infrastruttura digitale, sono sempre più strategici per abilitare la connettività indoor, assicurando una migliore esperienza utente, e la fruizione di nuovi servizi digitali quali smart building, IoT, automazione industriale, realtà aumentata, robotica, telemedicina e sicurezza che richiedono connettività stabile e continua indoor.
Ad oggi, come INWIT, grazie alle nostre infrastrutture, abbiamo abilitato la connettività 4G e 5G degli operatori in oltre 150 strutture sanitarie in Italia, oltre 10 grandi musei, 10 grandi campus universitari e oltre 1.000 chilometri di gallerie stradali e autostradali.
Inoltre, per supportare i grandi flussi turistici ed economici, garantiamo la connettività indoor di altissima qualità in alcuni dei principali poli sportivi e per eventi, abilitando il segnale degli operatori in luoghi iconici, ad esempio lo Stadio Marassi di Genova, l’Arena di Verona o, in occasione del G7 del 2024, a Borgo Egnazia. Grazie a questi investimenti, INWIT ha ottenuto il riconoscimento come partner tecnico del G7 di Savelletri di Fasano (BR). L’ultimo esempio concreto dell’impegno di INWIT nell’infrastrutturazione digitale è l’impianto DAS realizzato nella nuova Arena di Santa Giulia a Milano, ora Unipol Dome: un’arena multifunzionale da 16.000 spettatori, con una piazza esterna di oltre 10.000 metri quadrati, parte di un grande progetto di riqualificazione nel quale le nostre infrastrutture garantiscono a tutti i presenti un’esperienza digitale fluida e continua.
In città storiche come Torino, la tecnologia deve entrare in dialogo con luoghi delicati, musei, palazzi vincolati, architetture stratificate. Come si progetta un’infrastruttura digitale potente ma quasi invisibile?
Si progetta trattando l’infrastruttura digitale come parte dell’architettura urbana — non come qualcosa da aggiungere dopo. Le reti più efficaci sono spesso quelle che i cittadini quasi non percepiscono: funzionano bene, sono integrate negli spazi e non creano attrito visivo o operativo.
L’obiettivo è che la tecnologia si mimetizzi nella città. Non basta “più rete”: serve la rete di infrastrutture giusta dove serve davvero. La progettazione moderna usa dati di traffico, mobilità e consumo per distribuire capacità in modo dinamico. Portare elaborazione e capacità vicino all’utente riduce latenza e congestione senza moltiplicare macro-infrastrutture visibili.
Occorre inoltre non trascurare il tema dell’efficienza energetica: le infrastrutture di INWIT sono efficienti anche nei consumi di energia utilizzando apparati dotati di spegnimento dinamico, che impiegano energie rinnovabili e raffreddamento intelligente. Il 2025 ha segnato un traguardo importante nella strategia di decarbonizzazione di INWIT: il 100% dell’energia elettrica consumata da INWIT proveniente da fonti rinnovabili, in aggiunta a nuovi investimenti in fotovoltaico (122 impianti, 1,73 MW), ed efficienza energetica.
Anche l’interoperabilità è fondamentale: una smart city sostenibile non può avere reti separate per ogni servizio: trasporti, sicurezza, utility, IoT e telecomunicazioni devono condividere backbone e standard. L’infrastruttura migliore è quella che il cittadino non nota nemmeno quando viene gestita, per questo la manutenzione predittiva è chiave: AI e monitoraggio continuo permettono interventi prima dei guasti. L’invisibilità è anche culturale: meno impatto visivo, meno conflitti autorizzativi, maggiore fiducia dei cittadini.
A Torino abbiamo circa 300 torri attive, oltre 70 small cells (mini-stazioni radio che potenziano la capacità della rete mobile in location ad alta densità di traffico) e circa 20 DAS (Distributed Antenna System) per portare il segnale degli operatori nei luoghi indoor maggiormente frequentati che garantiscono copertura in luoghi strategici, come ad esempio la stazione di Torino Porta Nuova.
Il paradosso delle infrastrutture digitali moderne è questo: più una città è connessa bene, meno la tecnologia dovrebbe farsi notare. La vera evoluzione non è riempire lo spazio di tecnologia, ma incorporare la connettività nel funzionamento naturale della città e degli edifici.
INWIT ha una presenza importante in Piemonte e Torino è stata anche una tappa dello Smart City Tour. Quali bisogni specifici emergono da un territorio come quello piemontese, fatto insieme di grande città, aree industriali, valli, borghi e aree interne?
Torino oggi deve essere considerata un laboratorio urbano di innovazione. A Torino, molte delle trasformazioni urbane dei prossimi anni dipenderanno sempre più da reti digitali diffuse, affidabili e integrate. Non solo telecomunicazioni, ma un’infrastruttura digitale “abilitante” che collegherà mobilità, servizi pubblici, edifici, sanità ed energia. I settori dove questo impatto sarà più evidente sono mobilità intelligente e autonoma, trasporto pubblico integrato, connettività ferroviaria avanzata, sanità digitale e telemedicina.
Ospedali connessi, telemonitoraggio domiciliare, gestione remota dei pazienti e servizi sanitari digitali dipenderanno da reti stabili e sicure, soprattutto indoor.
Edifici intelligenti, gestione energetica automatizzata, sicurezza, climatizzazione e sensoristica richiederanno infrastrutture digitali pervasive dentro immobili pubblici e privati. Sicurezza urbana e monitoraggio ambientale richiederanno sensori per il traffico, per il monitoraggio della qualità dell’aria e del rumore, per la gestione dei grandi eventi: queste attività dipenderanno da reti IoT e capacità di elaborazione distribuita.
Torino continuerà a ospitare grandi eventi, poli universitari, fiere e grandi infrastrutture di mobilità che richiedono capacità di rete elevata in spazi indoor e outdoor ad alta densità. Inoltre, la tradizione industriale torinese rende strategici: edge computing, robotica, automazione, AI industriale e logistica connessa. Sono tutti ambiti che richiedono reti ultra-affidabili e bassa latenza.
Grande attenzione merita anche il tema del turismo digitale e della cultura immersiva: musei, spazi culturali, realtà aumentata, servizi turistici geolocalizzati e esperienze immersive diventeranno sempre più infrastruttura-dipendenti, nonché standard di accoglienza imprescindibile.
Future Week Torino parla di “Materia Prima”. Nel vostro caso la materia prima è impalpabile: segnale, latenza, copertura, continuità. Come si racconta al pubblico il valore di un’infrastruttura che funziona davvero quando nessuno se ne accorge?
L’infrastruttura è invisibile finché tutto va bene — e questo, paradossalmente, è il segno che funziona. Ma invisibile non significa irrilevante: significa che dobbiamo lavorare di più per raccontarne il valore reale, in termini di tecnologia e innovazione, certo, ma anche di lavoro delle persone, di relazione con le istituzioni, di presenza concreta sui territori.
Il nostro payoff è “Dietro la connettività, c’è INWIT” — e in tre parole racconta un’infrastruttura complessa, fatta di migliaia di torri distribuite su tutto il territorio nazionale. Perché è letteralmente vero: quando prendiamo in mano uno smartphone e facciamo una chiamata a un amico, una riunione di lavoro, un videoconsulto medico, quasi certamente quella connessione passa attraverso le nostre infrastrutture. INWIT c’è, anche se non si vede.
E poi c’è il capitolo indoor, che forse è quello più vicino all’esperienza quotidiana delle persone. In un museo, per leggere la scheda di un’opera o seguire una visita guidata in realtà aumentata. In un ospedale, per condividere in tempo reale referti e analisi tra reparti o con un medico a distanza. In una stazione, per acquistare il biglietto online o consultare gli orari in mobilità. In un centro commerciale, per usare l’app fedeltà o pagare con lo smartphone. Siamo dietro tutto questo, anche quando nessuno se ne accorge.
Le reti digitali sono sempre più “autostrade invisibili” o “sistema nervoso” della nostra quotidianità. La sfida della comunicazione infrastrutturale oggi è questa: rendere visibile e misurabile ciò che ogni giorno permette a tutti noi di vivere e godere appieno delle potenzialità della connettività.
Se immaginiamo Torino tra dieci anni, quali servizi oggi ancora sperimentali dipenderanno in modo decisivo da infrastrutture come le vostre: telemedicina, mobilità autonoma, realtà aumentata nei musei, sicurezza urbana, monitoraggio ambientale?
Il Piemonte e Torino sono esempi virtuosi di digitalizzazione. In questo territorio INWIT ha oltre 2.000 torri, infrastrutture digitali e multi-operatore capillari e distribuite su tutto il territorio e sistemi di coperture dedicate indoor DAS: asset condivisi, efficienti e sostenibili che abilitano un ecosistema digitale anche grazie ai nuovi investimenti previsti nel piano industriale.
La collaborazione istituzionale con il Comune, la Regione, la Città metropolitana, sono un elemento imprescindibile per la riuscita dei progetti smart city e smart rural. La sinergia pubblico-privato è infatti decisiva per abilitare la digitalizzazione delle città e dei servizi che quotidianamente utilizziamo attraverso i nostri dispositivi. In tal senso mettiamo a disposizione la nostra esperienza, competenza e gli investimenti per sviluppare progetti smart come già fatto su Roma, con il progetto Roma 5G che stiamo realizzando con la società del Gruppo INWIT, ‘Smart City Roma‘, o su Milano per l’abilitazione della nuova linea blu M4 e della Fiera Milano. Grazie al nostro ecosistema di infrastrutture digitali siamo pronti a soddisfare il fabbisogno crescente di connettività e di soluzioni smart di Torino e del Piemonte.
Guido Improta, Chief External Relations & Communication Officer di INWIT, sarà anche tra gli ospiti dell’Opening ufficiale di Future Week Torino 2026, in programma il 25 maggio, con l’intervista dal titolo “L’innovazione come collaborazione tra pubblico e privato”, per approfondire il ruolo delle sinergie tra imprese, istituzioni e territori nello sviluppo dei servizi e delle infrastrutture del futuro.



